Venerdì 17, giornata sfortunata? Non per gli inglesi

Oggi in Italia  si staranno sicuramente riempiendo i feed social di meme e vari contenuti a tema “sfortuna”, invece qui in Inghilterra il trend è il classico #Fridayfeeling perché il numero sfortunato qui è un altro…

Noi italiani siamo un popolo molto legato alle tradizioni popolari, alcuni sono poi particolarmente attenti alle credenze sulla fortuna o sulla malasorte.

Cari italiani che vivono a Londra, in questo articolo racconteremo alcune credenze popolari molto comuni qui che ci fanno un pò assomigliare agli inglesi.

Anche in Inghilterra passare sotto una scala e aprire un ombrello in casa sono gesti da evitare per non incorrere nella sfortuna, tale sorte a coloro che romperanno uno specchio o faranno cadere del sale a terra. Queste sono le credenza comuni, in resto è tutto diverso!

Il numero sfortunato in U.K. e in America è il 13! Le origini della superstizione non sono certe, il 13 deve la sua antipatia a credenze molto antiche, religiose e mitologiche. Erano in 13 all’ultima cena di Gesù e nella mitologia norrena Loki, il Dio più subdolo e malvagio era il tredicesimo. Esiste addirittura una fobia per questo numero: la triscaidecafobia.

Queste credenze sul numero vengono spesso combinate al significato del giorno, perciò, venerdì, giorno probabile della morte di Cristo e spesso giorno dedicato alle esecuzioni capitali, diventa estremamente sfortunato abbinato al numero 13.

In Italia è bene “toccare ferro” per augurarsi il meglio in circostanze future, gli inglesi invece bussano sul legno. Il classico gatto nero porta fortuna se ci attraversa la strada, l’animale da evitare è la gazza, pià precisamente se sola. Una gazza sola porta sfortuna, vederne due insieme porta, invece bene. Se ne trovate una sulla vostra strada ricordate di salutarla dicendo “Hello Mr Magpie, how’s your wife?” per evitare la malasorte.

Inoltre per ottenere ancora un po’ di buona sorte, si appende un ferro di cavallo sulla parete assicurandovi che le estremità guardino verso l’alto.

Post Author: Michele Pesce