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La collezione di Carlo I è di nuovo a Londra, non senza gli Italiani

La Royal Academy of Arts espone fino al 15 aprile prossimo la grande collezione d’arte di Re Carlo I d’Inghilterra. A distanza di quattro secoli i capolavori che il Re fu in grado di comprare durante il XVII secolo sono tuttora un esempio di mecenatismo che ha pochi pari. Amante del Rinascimento, Carlo I inserì nella sua collezione anche opere di importanti artisti italiani.

A livello europeo la sua collezione rappresentò un vero e proprio vanto. Il regnante amava particolarmente il pittore Tiziano, di cui ordinò più di un acquisto in quel di Venezia. Alla corte stessa di Carlo I erano già presenti numerosi artisti, ed altri cercò di attirare: in particolare Pieter Paul Rubens e Frans Haus. Il primo passò anche un certo periodo a corte: Carlo I riuscì, invece, nel coinvolgere Orazio Gentileschi e, soprattutto, il pittore fiammingo Antoon Van Dyck che realizzò molti lavori a Londra. Un tentativo importante fu quello di portare nel Regno Unito anche Gian Lorenzo Bernini, il quale però non si spostò dall’Italia anche se a lui si deve un busto raffigurante proprio il regnante britannico. Uno dei successi di Carlo I d’Inghilterra fu l’acquisizione della pinacoteca dei Gonzaga di Mantova, a bassi costi. Alla morte del Re (fu condannato a morte per alto tradimento nei confronti del popolo inglese) tutta la sua collezione venne poi divisa per decisione del Parlamento britannico.

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“Charles I: King and Collector” vedrà per la prima volta il ritorno di molte opere che non furono più visibili in Inghilterra (se non qualcuna riacquistata dal figlio Carlo II). Alcune fanno parte di celebri collezioni come quella del Louvre di Parigi o del Prado di Madrid, altre arrivano direttamente da privati che oggi sono i legittimi proprietari e che le conservano nelle proprie collezioni. E’ un’occasione davvero unica per tutto il popolo inglese quella di ammirare, attraverso queste opere, parte della propria lunga storia, una storia che rivive a Londra dopo così tanto tempo.

Post Author: Michele Pesce