Stefano Barone è un grande artista italiano che vive a Londra

Stefano si è trasferito definitivamente a Londra nel 2002, ben 17 anni fa. La spinta fondamentale e’ stata proprio la musica; I suoi riferimenti musicali, dal rock classico alla musica alternativa, sono stati per la stragrande maggioranza musicisti britannici a cominciare dai Pink Floyd, che afferma siano stati il motivo stesso per cui ha deciso di fare musica, ispirato dalla loro visione. Ci racconta nel dettaglio le ragioni della sua scelta, perche’ le reputa emblematiche anche per la condizione in cui, negli anni successivi, hanno dovuto operare gli artisti in Italia.

Gli anni 90 sono stati un periodo molto particolare in Italia, l’ esperienza del punk e della new wave degli anni 80 hanno generato una controcultura alternativa rispetto alla canzone italiana o alla canzone d’autore propriamente detta, che si e’ riflessa anche nel fiorire di esperienze indipendenti di produzione e distribuzione di musica, di fusioni e contaminazioni sonore e culturali oltre confine.

Negli anni 90 le major discografiche sembravano essersi adattate alla nuova cultura ‘indie’, al punto di creare esse stesse delle etichette ‘indie’ controllate, da distribuire poi col loro potere di mercato. Sembrava una formula vincente, che ci ha dato band e sonorita’ innovative. I Subsonica ne sono probabilmente il massimo esempio.

In quegli anni stavo lavorando, sotto lo stesso schema, a un progetto fra trip-hop e world music per la EMI, da pubblicare sotto una sua controllata semi-indipendente, che sarebbe uscito prima in Giappone, UK e altri paesi, poi in Italia.

La fine degli anni 90 ha pero’ visto il fondersi delle grandi case discografiche in conglomerati globali, costituendo degli oligopoli che hanno assorbito e spesso dismesso tutte quelle realta’ indipendenti. Pur senza rinnegare anni di ricerca sonora e ispirazione Stefano provò comunque a proporre qualcosa per l’Italia, con testi in italiano, rassicurato anche da realta’ come I suddetti Subsonica, Blivertigo, e altri, che riuscivano ad essere unici e contemporanei senza ricorrere al modulo sanremese di canzone.

Mi racconta cira la sua esperienza di musicista qui a Londra e quale tipo di musica suona:La mia aspettativa, oltre alla liberta’ di ‘britishness of sound’, era comunque di trovare una realta’ che fosse libera da certi settorialismi, provincialismi, oligopoli nei processi decisionali sull’intero panorama nazionale  Questo non solo ha trovato valide conferme, ma questa realta’ mi ha anche regalato emozioni molto speciali, che forse hanno anche dimostrato con esperienze dirette cosa c’e’ dietro a una certa, indubbia, ‘grandezza’ che questa scena musicale ha.

A parte il significato profondo di potermi correlare in maniera diretta con luoghi, culture e contesti che hanno generato tanto di cio’ che mi ispira, l’avere calcato palchi che hanno una certa storia e sulle cui tavole hanno suonato degli artisti di cui ho molti dischi a casa, la sorpresa piu’ bella e’ stata il pubblico.

 EIl pubblico britannico e’ straordinario.‘ il risultato di una cultura media musicale secondo me elevata rispetto ad altri contesti, basti pensare che chi e’ nato e cresciuto qui e’ stato esposto dalla culla, fra ascolti di genitori, amici e parenti, presenza nei loro media, a musica che ha fatto storia nel mondo costantemente come quotidianita’, e di una cultura che incoraggia l’essere ‘non-judgemental’; il pubblico britannico e’ estremamente onesto, se piaci ti balla sui tavoli, o ti canta il ritornello anche se non sei nessuno, o si lascia prendere dalle emozioni trovando poi modo di comunicartelo con commenti sinceri.

In Italia ci sono molti bravi musicisti, credi che un modo per poter emergere sia espatriare?

Agli artisti di talento consiglierei comunque di fare delle esperienze all’estero, di misurarsi con un pubblico come questo, che a sua volta restituira’ loro la vera misura del loro talento artistico. E se non si volesse perseguire a cercarla qui una carriera nella musica si puo’ tornare in Italia con nuove idee, con nuova mentalita’, con maggiore maturita’, con un un ‘peso’ artistico validato e pronto a essere riconosciuto globalmente, e con una voglia magari di rompere finalmente quegli schemi provinciali che tengono relegata la nostra musica agli anni 50.

Stefano non tornerebbe in Italia e mi spiega come mai: “Se gia’ mi era difficile 17 anni fa riconoscermi in un Paese che si andava chiudendo artisticamente e musicalmente, ancor meno mi ci riconosco oggi guardandolo chiudersi anche culturalmente, diventando intollerante quando non apertamente razzista.

E su un piano pragmatico restano le questioni su di un’industria musicale che possa essere diversificata, aperta al cambiamento, e con maggiori opportunita’ come questa in UK; e il confrontarsi poi con realta’ nebulose come la burocrazia, o la dubbia meritocrazia.

La sensazione per Stefano sarebbe quella di tornare ad un contesto musicale da anni ’50 e a un contesto sociale da anni ’20

Post Author: Cinzia Villa